Il lavoro del futuro

Luisa Arienti

Il mondo in cui viviamo, sempre più guidato dalla tecnologia, è pieno di possibilità, ma anche di sfide. Le auto stanno raggiugendo un’autonomia pressoché totale e sono ormai in grado di guidarsi da sole, i dispositivi leggono i raggi X e gli algoritmi di machine learning rispondono alle richieste del servizio clienti. Eppure, anche se queste tecnologie aumentano la produttività e migliorano la nostra vita, il loro uso sostituirà alcune attività aprendo un intenso dibattito che sta creando sempre più preoccupazione nell'opinione pubblica.

E’ indubbio infatti che l'automazione influenzerà sensibilmente il mondo del lavoro, con un ricco mosaico di potenziali cambiamenti nelle occupazioni nei prossimi anni e importanti implicazioni per le competenze e le retribuzioni delle persone.

Diverse tendenze potrebbero stimolare la futura domanda di lavoro e creare richieste di milioni di posti di lavoro entro il 2030. Tra questi trend ci sono ad esempio la ricerca per una maggior efficienza energetica, per fronteggiare al meglio le sfide climatiche; la produzione di beni e servizi nelle moderne società consumistiche, specialmente in quelle dei paesi in via di sviluppo; la necessità di investire in tecnologia, infrastrutture e strutture immobiliari o le attività di assistenza per gli anziani nelle società che invecchiano - gli ultimi dati Istat indicano in Italia una diminuzione delle nascite del 3,2% rispetto al 2016 con un’età media che è la più alta del mondo dopo il Giappone.

Da un altro punto di vista, scopriamo anche che un'economia in crescita e dinamica, in parte alimentata dalla tecnologia stessa e dai suoi contributi alla produttività, è in grado di generare nuovi posti di lavoro.

Questi lavori saranno la conseguenza dell’evoluzione delle attuali occupazioni generate dalla domanda e dalla creazione di nuove tipologie di professioni che non avrebbero potuto esistere prima. La crescita dell'occupazione, intesa come posti di lavoro acquisiti, potrebbe più che compensare quelli persi a causa dell’automazione. Nulla di tutto ciò però accadrà in modo disgiunto: sarà necessario che le aziende e le istituzioni colgano tutte le opportunità per promuovere la creazione di nuovi posti di lavoro e il buon funzionamento del mercato occupazionale. Il cambiamento della forza lavoro nel futuro sarà enorme. Si stima infatti che, in caso di adozione rapida dell'automazione, ben 375 milioni di lavoratori a livello globale (il 14% della forza lavoro mondiale) avranno probabilmente bisogno di passare a nuove figure occupazionali e apprendere nuove competenze. Ma se questa transizione verso i nuovi posti di lavoro sarà lenta, la disoccupazione potrebbe aumentare e frenare la crescita degli stipendi.

E’ indubbio che un aspetto importante è legato a come cambieranno le professioni rispetto a quelle che si perderanno nel momento in cui le macchine condizioneranno l’occupazione delle persone. Le scelte che faremo determineranno il peso di queste transizioni. La storia mostra numerosi esempi di paesi che hanno cavalcato con successo l'ondata di cambiamento tecnologico investendo nella propria forza lavoro e adattando politiche, istituzioni e modelli di business alla nuova era.

Le stesse organizzazioni stanno lavorando in un’ottica di cambiamento e di trasformazione digitale per diventare Intelligent Enterprise. Ma cosa significa? Le imprese intelligenti utilizzano efficacemente le proprie risorse di dati e informazioni per ottenere i risultati desiderati più rapidamente e con meno rischi. Dal punto di vista della gestione delle persone, significa responsabilizzarle nell'automazione dei processi, dai più complessi ai più ripetitivi, per liberare tempo e consentire loro di svolgere attività più significative e di valore.

Diventare un’Impresa Intelligente richiede competenze tecniche specifiche e intelligenza emotiva. Sono stati recentemente pubblicati osservatori e studi che mettono in evidenza come sia diventato urgente definire un nuovo approccio formativo sia per gli studenti universitari che per gli stessi dipendenti di aziende le quali sono impegnate nell’attuazione di una significativa e non più procrastinabile transizione verso il digitale e l’innovazione tecnologica.

Secondo i recenti dati dell’Osservatorio delle Competenze Digitali, il peso di queste competenze cresce in tutte le aree aziendali di tutti i settori, in particolare di quelli industriali. Nell’industria meccanica, ad esempio, l’indice medio di pervasività del digitale (Digital Skill Rate) è del 26%, e la necessità di competenze aumenta sia per i vertici che per il personale. Nell’ottica dell’Impresa 4.0 è quindi necessario sostenere la ricerca e la formazione di competenze in linea con l'innovazione digitale, diffondere questa cultura in tutti i settori e modernizzare l’approccio alla ricerca di personale e alla gestione dei talenti.

Una ricerca di Confindustria sottolinea che le imprese, dopo aver investito molto per il rinnovamento degli impianti, hanno bisogno di 280.000 “supertecnici” che non riescono a trovare sul mercato. Per le nuove fabbriche 4.0, le aziende avrebbero bisogno urgente di manodopera altamente qualificata, giovane, nativa digitale e disposta a lavorare nell’impresa del futuro. Un’altra caratteristica importante è la flessibilità: mentre nella fabbrica tradizionale le mansioni cambiavano ogni 20 anni, oggi questo arco temporale si è ridotto a 3-5 anni a causa dell’innovazione tecnologica e della grande competizione del mercato.

In un contesto in cui si parla già di mancato allineamento tra domanda e offerta di lavoro a causa di carenze di competenze di alto profilo richieste dall’introduzione delle nuove tecnologie, si è riscontrata anche una forte correlazione tra skill digitali e soft skill, cioè quelle abilità trasversali che connotano comunque una più evoluta professionalità: apertura al cambiamento, conoscenza dell’inglese, problem solving, team working, pensiero creativo, saper lavorare in multitasking, saper creare e valorizzare le reti sociali, costruire ambienti di lavoro empatici e gestiti con l’intelligenza emotiva.

Guardando al futuro e considerando a titolo di esempio la figura di un responsabile vendite, è facile immaginare che grazie alla tecnologia non dovrà più essere un esperto di prodotti e prezzi come gli era richiesto un tempo: queste informazioni sono gestibili tramite uno smartphone; dovrà, invece, essere una persona in grado di creare relazioni di fiducia, sapere ascoltare, risolvere problemi, un fine conoscitore del business del proprio cliente, in grado di proporre la soluzione migliore.

Oppure ancora, se consideriamo l’evoluzione della professione legale, non occorrerà più che l’avvocato conosca a memoria il codice civile o penale, tramite assistenti digitali o chatbot specifici sarà possibile consultare un determinato articolo e ottenere anche tutte le informazioni a esso correlate. In questo contesto il legale sarà più una figura strategica, che affinerà maggiormente le soft skill e sfrutterà le capacità dell’intelligenza emotiva, per gestire al meglio i rapporti con i suoi interlocutori dal cliente al collega di studio o di controparte, dal cancelliere all’ufficiale giudiziario.

 

Laureata in Fisica, prima di entrare in SAP nel febbraio 2012 in qualità di Managing Director dell’area GTI (Grecia Turchia Israele), ha maturato una significativa esperienza con ruoli di crescente importanza nel settore dell’hi-tech. In Oracle Italia ha ricoperto il ruolo di Vice President of Application Sales Communication, Media & Utilities per Italia, Spagna e Portogallo e Country Application Leader. In precedenza è stata inoltre Country Manager di Siebel Italia e ha ricoperto posizioni manageriali sia nella stessa SAP Italia che in JD Edwards