A scuola dalle start-up

Paolo Barberis

Ho conosciuto Jack Dorsey nel 2006, quando stava creando Twitter. Erano 19 persone a South Park, San Francisco. Un piccolo loft. Comunicazione diretta e massima concentrazione a mantenere le cose semplici. In quel periodo stavamo cercando di capire con loro se unire le forze con Upoc, la nostra società di NY che faceva group messaging.

Twitter era un progetto spin off di Odeo, un servizio di audio e video, un abilitatore di podcast.

È uno degli esempi che mi vengono in mente per ragionare insieme su un fatto:

Se vogliamo avere un’idea del lavoro del futuro dobbiamo cercare di conoscere le aziende più sperimentali e fragili, quelle più orientate all’innovazione: le startup. Per loro il lavoro agile, guidato dalle tecnologie, è la norma. Quello che molti notano fin da subito quando le incontrano è il layout dello spazio aziendale: si può lavorare anche se non sei nel tuo ufficio e non hai la targhetta fuori dalla porta. È molto diverso dallo spazio delle grandi aziende tradizionali, con i corridoi e le stanze chiuse a destra e a sinistra. Ed è l’aspetto fisico di un cambiamento di dinamica del lavoro destinato ad avere conseguenze.

In effetti, le startup hanno pochi mezzi ma strumenti molto potenti. Non hanno a disposizione molte persone o una struttura finanziaria importante ma possono funzionare sulla base di alcune soluzioni straordinarie: le persone del team sono collegate in tempo reale su internet e su piattaforme che organizzano le comunicazioni che aiutano a variare repentinamente le operazioni, adottare tecniche di testing continuativo su tutto quello che fanno. Una volta imparavi a fare un tavolo e poi lo facevi tutta la vita migliorando piano piano. Ora quello che va imparato e anche di cambiare radicalmente ciò che si fa e che si sa fare, in uno slalom continuo di cambiamenti tecnologici e di mercato. È impossibile pensare la propria professione senza tener conto dei cambiamenti tecnologici: un tempo avvenivano a distanza di una generazione, oggi all’interno della stessa vita lavorativa. L’interazione con un’intelligenza artificiale apre mille interrogativi. Osservare le startup è come osservare in laboratorio i comportamenti e scoprire che il futuro del lavoro è quello di costruire strategie in un contesto privo di certezze.

Se questo è vero, è necessario alimentare un cambio di direzione forte nel sistema educativo. Per creare - tra chi insegna e tra chi impara - una maggiore consapevolezza di ciò che sta accadendo nel mondo delle startup innovative. Osservando il lavoro nelle startup si può connettere meglio l’ottima conoscenza accademica che si ottiene all’università, per esempio, e il senso della conoscenza pratica che serve a vivere quotidianamente nel mondo del lavoro. Da tempo la relazione tra università e startup si sta raffonzando anche in Italia. Il processo va visto nella sua importanza concreta. E deve accelerare per creare l’anello mancante tra istruzione e lavoro del quale molti si lamentano.

 

Negli anni Novanta ha co-fondato Dada, una delle grandi esperienze italiane nell’economia nata sulla rete. Nel nuovo millennio ha co-fondato NanaBianca, un acceleratore di startup soprattutto concentrate sulla trasformazione digitale dell’economia.